venerdì 8 febbraio 2013

Per un ideale di bellezza


Apro la pesante porta di legno. Senti girare la chiave nella serratura. Il chiavistello produce un rumore assordante per te che sei stata nel silenzio più assoluto per due giorni.
Senti i miei passi che si avvicinano. Non puoi vedermi perché la benda nera che ti avvolge gli occhi è legata troppo stretta. Una leggera pressione sulle tempie che si è tramutata in dolore estenuante dopo il primo giorno.
L’odore del sudore di cui il tuo corpo è madido mi entra dentro, regalandomi una leggera ed intensa scossa di piacere che mi si propaga fino al cervello. Ho voglia di farti del male e tu lo sai.
Ti sto davanti. Lo avverti dall’angoscia sottile che inizia a crescerti dentro e ti stringe il cuore in una morsa di paura.
Avvicino le mie labbra al tuo collo. Docilmente me lo porgi. Ti bacio a labbra aperte la pelle. Senti la mia bocca che ti sfiora la pelle bagnata, poi ti mordo. Forte come farebbe un vampiro. Inizi a dimenarti, ma così facendo aggiungi dolore a dolore.
Le corde che ti stringono i polsi e che sono fissate al soffitto iniziano a torcersi e la punta dei piedi, con la quale cerchi di reggerti in equilibrio, scivola procurandoti una fitta lancinante che dalle braccia si propaga alle reni. Quindi decidi di stare immobile. Sai che voglio che ti umili e finito il mio bacio di sangue con un filo di voce mi ringrazi.
Mi piace il modo in cui il tuo corpo mi viene offerto dalla posizione in cui sei costretta. Sembri una ballerina che danza sulle punte. La prima volta che ti legai così eri davanti a uno specchio. Fosti d’accordo con me nell’affermare che il tuo corpo era meraviglioso teso in quel modo. Ma dopo la prima ora il dolore ai piedi era cresciuto, e ai crampi alle gambe si erano aggiunti quelli alle braccia, al collo, il sangue che ti scorreva lungo polsi…
Mugolavi all’inizio, poi cominciasti a piangere…alla fine il suono stesso dei tuoi lamenti era diventato estraneo, impossibile da sostenere persino per te. Ed il silenzio ti aveva avvolta con la sua coltre protettiva.
Iniziasti un lungo dormiveglia mentre il sudore caldo rivestiva completamente il tuo corpo.
Prendo i morsetti con i pesi che ho lasciato sul tavolino vicino alla tua gamba destra. Ti applico il primo alla punta del seno sinistro, tenendo però il piccolo peso sospeso tra le mani, poi ti stringo anche l‘altro capezzolo col secondo. Anche questa volta tengo il piccolo peso sollevato. Tu stringi i denti per il dolore, decisa a trattenere tra le labbra anche il più leggero dei lamenti. Sorrido, anche se non puoi vedermi. Mi piace umiliarti e rendere vani i tuoi sforzi.
Lascio all’unisono tutti e due i pesetti. Sono appesi a due piccoli elastici che iniziano a farli oscillare e quasi rimbalzare. I capezzoli ti si allungano a dismisura per poi tornare normali quando l’elastico risale nel suo violento moto oscillatorio. Un urlo ti esce dalle labbra. Inizi a piangere come la bambina che vorresti essere. Vorresti che ti abbracciassi, che allontanassi il tuo dolore. Che ti nascondessi dalla vergogna, dal dolore, dal piacere che colpevolmente provi in questi momenti.
Ti accarezzo le costole esposte dal lungo digiuno cui volontariamente ti sei sottoposta e che adesso è un rimpianto. Apro un flacone che riconosci dal rumore. Ne verso il contenuto in un cucchiaio capiente. Te lo avvicino alla bocca che assetata spalanchi in modo osceno. Bevi tutto il contenuto e ti passi la lingua sulle labbra. Sai che non berrai nient’altro almeno fino a stanotte. Quando forse ti sarà concesso anche di poter andare in bagno. Sempre davanti ai miei occhi che sai ti scruteranno violentando la tua intimità. La prima volta che ti avvicinai il cucchiaio pieno di sperma alla bocca quasi mi picchiasti. Ma poi è sopraggiunta la sete. E con essa la consapevolezza della tua dipendenza da me. In tutto. Ti ho sempre legato le braccia dietro la schiena o sulla testa come adesso. All’inizio il disagio era enorme poi hai compreso il tuo ruolo. Hai iniziato ad abbandonarti alle mie cure. A sentirti la bambina ancora in fasce che hai sempre desiderato tornare ad essere. Che di nascosto, quando tu stessa non te ne rendi conto, sogni ancora di essere.
Mi inginocchio davanti a te, il tuo sesso è aperto. Slaccio la piccola cintura che tiene bloccato il vibratore tra le tue labbra più rosse. È intriso dei tuoi umori nascosti. Vergognosamente grondante di un piacere che vorresti nascondermi. L’estrazione del fallo di gomma lo vivi come una liberazione. Finalmente senti di tornare a possedere il tuo corpo. Ma poi l’idea che esso non ti appartenga più ritorna. Non appartieni più a te stessa. Hai deciso di donarti. Questa è la tua vita. Questa è la vita che hai scelto.
Ti avvicino il finto fallo alle labbra. Tu inizi a leccarlo come sai che voglio. Lentamente, con piccoli e rapidi tocchi della lingua. Come se fosse il mio pene a cui stai donando piacere. Come se dalla perfezione dei movimenti della tua bocca dipendesse il tuo stesso piacere. La tua stessa vita. Ti guardo, mi affascina come sempre osservare il tuo amore manifestarsi. Ti amo e questo mi spaventa. È per questo che ti lascio spesso da sola…è per questo che devo farti male. Perché la tua bellezza ne fa a me. Perché ciò che mi fai provare risveglia il dolore che cerco di soffocare nelle mie viscere. Il fallo ti viene allontanato dalla bocca e per pochi istanti la tua lingua si muove nel vuoto. Senti il rumore di qualcosa che viene lanciato contro il muro. Avverti la rabbia di chi ti sta davanti. Non vorresti ma inizi a singhiozzare di nuovo e a tremare. Inizi ad emettere versi irritanti dalla bocca. Sai che devi stare in silenzio mentre mi dedico alla tua educazione. Afferro la bacchetta di bambù sul tavolino. E vado dietro di te. Guardo soddisfatto i segni sui glutei e sui reni delle lunghe sedute di sculacciate e frustate che ti ho regalato. Stringo la bacchetta fino a farmi diventare le nocche bianche e poi inizio a percuoterla nell’aria. Avverti il rumore e lo spostamento d’aria provocato dalla sottile e lunga bacchetta. Inizi a chiederti in cosa hai sbagliato. Forse come hai offerto il collo o perché eri troppo bagnata…domande che ti muoiono dentro quando ricevi la prima pesante scudisciata sulle natiche.
Un urlo che non sembra neppure prodotto dalla tua voce esce prepotente da dentro di te. I muscoli si flettono, la tua schiena si inarca e perdi l’appoggio.
Il peso è sostenuto solo dai tuoi polsi che iniziano di nuovo a sanguinare. Aspetti, con un’ansia che si tramuta in agonia per la lunga attesa, il secondo colpo. Senti armeggiare sul tavolino mentre faticosamente cerchi di riacquistare una posizione eufemisticamente più comoda. Poi avverti la sensazione della canapa rozza che ti stringe le caviglie. Te le stringo strette tra loro per non farti più muovere e con una cordicella te le fisso alle ginocchia. Così non potrai più poggiare i piedi a terra e sentirai il dolore che provo nel farti questo. Il secondo colpo è più duro. Sui reni questa volta. La pelle già segnata si apre in un sorriso di sangue infetto. Il terzo colpo è di nuovo sui glutei. Ti colpisco venti volte. Lentamente. Ad ogni colpo lascio la bacchetta poggiata sulla pelle bollente. Mi diverte il tentativo inconscio del tuo corpo di ritrarsi dal suo contatto. Ad ogni colpo le corde che ti sostengono ti fanno girare su te stessa. I pesetti appesi ai tuoi seni continuano ad oscillare. Le urla sono sempre più forti. Non ti rendi conto che così mi fai più male? Mi avvolgo uno straccio attorno a due dita e te lo infilo di forza nel sesso. Lo infilo e lo estraggo più volte, violentemente. Appena è sufficientemente bagnato te lo infilo in gola. In profondità. Inizi ad agitarti, la gola e la bocca sconquassati da spasmi e conati di vomito. Prendo una fascia lunga e te la lego sulla bocca per farti trattenere lo straccio bene in profondità. Superata la prima sensazione di soffocamento riesci ad abituare la gola al corpo estraneo. Ti chiedi ancora cosa hai fatto per meritare questa punizione. Poi senti la bacchetta più fina, quella che temi maggiormente sfiorarti il viso. Un istante dopo la senti colpirti i seni con forza. Non riesci a respirare per il dolore, vorresti urlare ma non puoi perché lo straccio ti toglie aria preziosa. I seni stillano lacrime di sangue, i tuoi occhi di sale. Una sensazione di torpore ti ovatta i sensi. Quasi speri di svenire…ma chi ti ama se ne rende conto e sospende il trattamento. Per qualche istante sei cosciente di tutto il dolore che provi e ti sembra di impazzire. Senti qualcosa che viene trascinato nella stanza. Sembra una sedia. Ne hai la sicurezza quando viene posta sotto le tue ginocchia. Adesso puoi poggiare il peso del tuo corpo ed abbandonare le braccia. Una fitta di dolore te le percorre ma non puoi non sussurrare un grazie impercettibile tra le labbra. Di nuovo la bacchetta che fende l’aria. Una sensazione quasi di piacere si propaga dalla pianta dei piedi e ti regala un brivido freddo che ti attraversa il corpo nella sua interezza. Poi ti accorgi che le piante dei piedi sono un nuovo bersaglio per la mia rabbia. Ricevi quaranta colpi violenti. Veloci e rapidi per toglierti il respiro. Per vederti abbandonare la testa esausta sulla spalla sinistra. Ma abbiamo solo iniziato amore mio e lo sai. Ti sfilo d’improvviso la sedia da sotto le ginocchia. Senti le mani che quasi ti vengono strappate via dalla spessa corda. Ti slego le caviglie e ti lascio libera di cercare di nuovo un equilibrio che adesso ti fa più male conservare. Hai paura. Paura che possa fermarmi.
Afferro gli altri morsetti, quelli dentellati d’acciaio. Te li applico ad ognuna delle due grandi labbra della vagina. Poi li fisso tra loro con un filo che ti faccio passare dietro la schiena. Adesso hai il sesso completamente esposto. Totalmente aperto. Mi inginocchio tra le tue gambe e ti fisso le caviglie a due ganci sul pavimento, in modo da tenerti le cosce divaricate. Infilo la lingua tra le labbra del tuo frutto proibito. Ed anche se non lo ritieni possibile senti una sensazione di piacevole calore che ti sale lungo le cosce fino a farti vibrare qualcosa dentro. Ti stuzzico con i denti il clitoride. Diviene subito turgido. Accarezzo il tuo piccolo bottoncino di carne come se fosse un piccolo pene. Voglio farti scoppiare di godimento. Inizi ad ansimare. I tuoi sospiri soffocati dallo straccio sono simili ad un raglio. Provi vergogna per quel rumore assurdo che proviene dalla tua gola. Vergogna e un imbarazzo crescente. Per la prima volta ti senti una puttana. Per la prima volta sei felice di esserlo. Afferro la frusta piccola. Quella che termina con sette piccole lingue di pelle. Ti colpisco una prima volta su un fianco. Poi ti strappo via la benda e ti estraggo il panno da dentro la bocca. L’aria entra prepotente nei tuoi polmoni. Ti sembra di essere riemersa dopo un tempo interminabile dal fondo di una piscina. Voglio sentire le tue urla. Voglio che mi implori perdono per ciò che non hai fatto. Voglio che mi regali la tua anima. Ti colpisco con violenza il sesso aperto. Una due tre volte…le lacrime ti solcano il viso, le urla quasi non mi permettono di sentire il suono della frusta che torna a colpirti un’infinità di volte. Urli Francesca, mi urli di smetterla, di poter respirare, implori la mia pietà, il mio perdono per l’umiliazione che ogni volta che ti guardo provo nel saperti libera. Mi urli di amarmi, di voler morire per me, di voler essere colpita e frustata ancora fino ad una morte consolatrice. E svieni. Come la sgualdrina che sei, ti abbandoni, stanca, esanime per il trattamento che ti ho concesso. Allora decido di slegarti. Ti sostengo quando cerchi di cadere per farmi provare una perversione che non sento di possedere. Ma so che è un trucco. So che non soffri veramente. Ti porto nella mia stanza da letto. Ti sdraio delicatamente sul materasso. E ti bacio. Entro con la lingua nella tua bocca che sa di sangue, e piacere e dolore.
Lo stesso che mi doni quando riapri gli occhi e mi fissi con quello sguardo implorante. Le mie labbra si poggiano di nuovo sulle tue e ti chiedo come ti senti…
-Adesso bene Ilaria- sussurri ed inizi a piangere tra le mie braccia. 

mercoledì 4 gennaio 2012

Come una bambina


Seduta sul bordo del letto mi aspetti. Sono due giorni che sei seduta nella stessa posizione. Le caviglie unite dalle catene della mia volontà, le braccia ditro la schiena a mezza altezza. La schiena dritta come sai che voglio. Indossi due tacchi a spillo da 15 cm. All’inizio è stato difficle per te imparare a portarli per giorni interi, poi hai iniziato a godere del dolore che essi ti procuravano. Per il resto sei nuda. Davanti a te c’è uno specchio. Ho voluto che tu imparassi a vederti bella attraverso i miei occhi. Sei bagnata, ma non di piacere. Come una bambina stamattina te la sei fatta addosso. Ma non hai osato alzarti. Non hai voluto disobbedirmi. Le spalle ti fanno male, così il collo, innaturalmente dritto, eppure il dolore ha aumentato la percezione del tuo corpo. Hai fissato i tuoi seni all’inizio. Come ti avevo chiesto di fare. Ore a guardarli e ad ammirarli. Con naturalezza hai visto i capezzoli inturgidirsi. Alzarsi quasi sfrontati. Hai ammirato le areole scure che sai ti leccherò quando finalmente entrerò da quella porta, alle tue spalle. Hai le gambe leggermente dischiuse. Il tuo sesso è liscio come quello di una bambola. È stato il primo gesto di sottomissione che ti ho chiesto. Il secondo lo senti, freddo tra le gambe, pendere dal labbro. Un piccolo anellino con le iniziali del mio nome. Sai di non aver meritato ancora il collare che hai scelto, ma solo un piccolo segno di riconoscimento. Che però ha lo stesso l’effetto di farti sentire una cagna, quando riesci a percepirne l’estraneità contro il tuo corpo. Ti sei truccata per bene. Come ti ho chiesto. Le punte dei seni e le grandi labbra del sesso sono scure di rossetto. In faccia non hai messo nulla. Perché io ti trovo bella così, brillante del sudore che lentamente ti accarezza il viso, come farà la mia bocca tra breve. Sospiri, e ti stupisci dell’effetto che ha il tuo respiro nel silenzio assordante che ti circonda. Non hai il permesso di parlare, come non hai il permesso di muoverti. Osservi la tua bocca. Hai belle labbra, adesso te ne accorgi. Sono leggermente secche per la mancanza di acqua, ma morbide. Schiudi la bocca e ti vedi come un fiore. Il candore dei tuoi denti si intravede appena nell’oscurità della stanza. Ogni millimetro del tuo corpo è diventato uno strumento di autocelebrazione. Stai imparando a conoscerti come non hai mai fatto prima. Ti piace. Ti piaccione le tue gambe, ti piace il tuo ventre, ti eccitano i tuoi seni. Senti l’impulso di toccarti per simulare le mani di qualcun altro. Hai voglia di essere presa e scopata con forza perché riesci a sentire l’odore del piacere che scorre dal tuo sesso e questo ti attrae. Vorresti leccarti ed essere leccata e montata con forza e brutalità. Vorresti che ogni parte del tuo corpo fosse stretta e graffiata e morsicata perché senti per la prima volta di essere pronta a vibrare nella totalità dei tuoi arti e delle tue membra. Non ti è stato permesso di toccarti nell’ultimo mese. Sei stata schiava di una promessa e questo ti causa un misto di rabbia ed eccitazione permanente che non sai come far passare. Né se lo vuoi. La prima volta che ti carezzai il collo e ti parlai all’orecchio fui chiaro: se entri nel mio mondo devi sottostare alle mie regole. Godrai ma questo avverrà al termine un percorso che sarò io a decidere. Passerà attraverso la sofferenza dell’astinenza, e poi diverrà il dolore dell’eccesso. Mi apparterrai. Ma per farlo dovrai prima avere consapevolezza del tuo corpo e della tua mente per poi cedermeli con la consapevolezza che non ti apparterrano più. Diverrai risposta a domande e richieste che non avrò bisogno di fare. Vivrai per quegli attimi in cui deciderò di darti amore. In compenso io mi prenderò cura dite. Deciderò chi sei e chi sarai ogni giorno. Deciderò il tuo umore. Ti farò piangere quando avrò bisogno di bere le tue lacrime per cancellare la mia arsura. Ti farò ridere in tutti i modi possibili quando vorrò sentire le tue risa e saperti felice. Ti farò urlare e desiderare la morte, quando avrò voglia di vederti soffrire. Ti accarezzai un seno e tu tremasti leggermente. Diverrai un corpo che esiste per soddisfarmi. Sarai una bambina se lo vorrò, bisognosa di essere coccolata e istruita. Lavata anche. Baciata…come una piccola lolita. Impersonerai una bambola, nuda anche della pelle, spogliata di ogni vestigia di umanità. Imparerai l’arte dell’immobilità, la paura della disobbedienza e infine l’orgoglio della consapevolezza del tuo ruolo. Obbedisti allora alla mia prima richiesta. Sfilasti le scarpe e scendesti dalla macchina. Attraversasti la strada per tornare a casa a piedi nudi, nella pioggia di ottobre. Ti voltasti sulla porta di casa e mi sorridesti. E’ passato tanto tempo da allora. E sai che il percorso da compiere è ancora lungo… Un rumore ti riporta alla realtà. Sai che devi abbassare lo sguardo e lo fai meccanicamente e velocemente, quasi spaventata. Mi senti alle tue spalle. Ma tu guardi solo la punta dell scarpe. La mia mano ti accarezza la spalla destra. È fredda contro la tua pelle umida di stanchezza. Senza volerlo un brivido ti attraversa la schiena facendotela inarcare leggermente. Percepisci i tuoi seni ancora più esposti. Senti le ginocchia toccarsi per un attimo e allontanarsi di nuovo. Ti senti così piccola e indifesa. Avvicini la testa verso la mia mano, vuoi che ti sfiori il viso. Hai bisogno di un gesto di amore. Della tua ricompensa. Ti accarezzo la guancia e scorro le dita sulle tue labbra. Le dischiudi senza accorgertene e le baci. Niente morbosità in questo, solo l’esigenza di sentire il sapore della mia pelle. Di percepre odori e sensazioni estranee alla tua essenza. Ti avvolgo le spalle con le mani. Le mie dita scivolano su di esse e scendono fino ai fianchi. Sospiri perché non puoi farne a meno. Lotti contro la stanchezza del tuo corpo per rimanere tesa, mentre sale dentro di te la voglia di lasciarti andare e rilassarti. Ti massaggio delicatamente la schiena. Adesso il dolore dell’immobilità. Ascolti i muscoli del tuo corpo urlare e un lamento sottile ti esce dalle labbra. Ti vengo davanti e mi inginocchio. Ti afferro le ginocchia e ti separo le gambe. Quasi vorresti opporre resistenza. Io in ginocchio davanti a te, davanti alla tua vergogna esposta, davanti al tuo sesso bagnato della tua urina e del tuo morbido piacere. Sposti la testa di lato e chiudi gli occhi. Provi vergogna adesso. E inizi a piangere senza saperne il perché. Liberazione, dolore, la frustrazione di saperti un oggetto davanti a un uomo, il sentirti una bambina che ha commesso un peccato. Ti tiro verso di me. Il contatto delle mie labbra sul tuo sesso ti crea quasi disgusto all’inizio. Poi solo sospiri. Senti baciarti. Un bacio intenso come quello che anela adesso la tua bocca. La apri, quasi la spalanchi. È come se avvertissi la mia lingua a contatto con la tua. Ti inumidisci le labbra e provi la sensazione della morbidezza. La stessa che sto provando io in questo momento. Entro dentro di te con la lingua e poi inizio a passarla lentamente dal basso verso l’alto. Ti sto pulendo come un cane, dal basso verso l’alto, sempre lentamente. Troppo lentamente. Bevo i tuoi umori e la tua vergogna, assaporo la tua intimità. Poi mi soffermo sul clitoride già teso. E inizio a circondarlo con la punta della lingua come in un vortice leggero. Giro intorno e poi in una lenta spirale lo tocco sulla sommità. Ti ritrai, ma ti riavvicino, con forza questa volta. Senti le mie dita stringerti le cosce dall’interno, affondare nella carne e mi senti succhiare. Con forza. Senza delicatezzza. Senti quasi strapparlo via e cedi. Poggiando la schiena sul letto soffice e freddo. Continuo a succhiarti il clitoride mentre con le dita inizio una carezza che ti sfiora appena le labbra del sesso. Dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso. Entro morbidamente che quasi non te ne accorgi mentre la mia lingua sapientemente ha iniziato a titillarti il clitoride più velocemente compiendo movimenti a croce. Ogni volta che la senti allontanarsi dischiudi le grandi labbra e io ti penetro a fondo con le dita. Ogni volta che lo tocco sulla punta contrai i muscoli avviluppandomi i piccoli strumenti di carne che ti stanno dando piacere. Inizi ad ansimare più forte. Inizio ad allargare le dita a ventaglio ogni volta che ascolto i tuoi muscoli tremare, opponendo una resistenza che ti causa dolore e della quale non puoi fare a meno. Esco con le dita, ti abbandono e poi rientro col mio pene. Non te lo aspetti, ma lo accogli senza gemiti, premendo le labbra tra loro, allargando le narici . Le tue mani ancora dietro la schiena si stringono a pugno e inarchi la schiena aliutandoti con esse per meglio offrirti. Inizio a penetrarti con forza. Fino in fondo. Ti accosto le dita bagnate di te alle labbra. Le avviluppi con la bocca e inizi a succhiarle. Il sapore è aspro e buono. Sa di te e lo conosci. Poi con le mani ti afferro i seni e li avvicino tra loro. Aumento l’intensità della penetrazione mentre inizio a stringerti i capezzoli insieme. Entro in maniera violenta ed esco lentamente mentre con le labbra ti faccio aprire la bocca penetrandoti anche lì con violenza. Senti la mia lingua che scivola dentro di te, e va in fondo, mentre il mio bacino si alza e abbassa con ferocia su di te. Ti lascio i seni e ti avvolgo il volto con le mani. Con i pollici ti tengo chiuse le narici. Non respiri e inizi a rubare l’aria dalla mia bocca mentre la cadenza dei miei colpi si fa veloce. Ti lascio la bocca, respiri a pieni polmoni e senti le mie mani stringerti i fianchi con forza. Ti afferro le cosce e le alzo. Le ginocchia quasi accanto alla tua testa. Adesso senti che entro fino in fondo. Per tutta la mia lunghezza. Un gridolino ti esce dalla bocca e io mi fermo. Mi guardi, gli occhi leggermente lucidi. Ti sorrido, ma il mio sguardo è duro. Capisci che mi fermerò ogni volta che emetterai un verso. Inizio di nuovo a penetrarti. Sempre più forte. Alternando lentezza e velocità, penetrazioni profonde a tocchi più leggeri. Ti è difficile trattenerti quando sono più brusco. Mi fermo altre tre volte poi ti metto una mano sulla bocca. E continuo. Con i denti ti mordo il seno destro e mordo a fondo fino alasciari i segni. Respiri solo dal naso, le mani dietro i reni ti fanno male. Ti liberi di una scarpa e il tuo piede inizia a scivolarmi lungo un fianco, inizi a contrarre i muscoli della vagina. Vuoi farmi venire dentro di te. Vuoi sentirti riempire di calore. Ti mordo sul collo nel momento in cui mi vieni addosso. Rallento e ti libero la bocca. Inizi a piangere sommessamente. Senti di esserti liberata ma sai che non sei riuscita ad appagarmi. Ti siedo accanto e inizio ad accarezzarti i capelli sudati. Poi mi sdraio e ripercorro con le dita i segni che ti ho lasciato sul corpo.. Con la bocca mi avicino al tuo seno destro e lo lecco, piccoli colpi con la punta della lingua, quasi a volerlo pulire dal rossetto.. con la mia mano ti sfioro l’ombelico e lentamente scendo fino al sesso ancora gonfio. Lo accarezzo lentamente, come la carezza data a una bambina. Mi guardi riempirti di attenzione e vorresti ancora il mio respiro addosso. Ti liberi delle tue catene immaginarie e con una mano mi carezzi una gamba. Toccare il tuo corpo mi eccita. Sapere che mi appartieni mi fa sentire vivo. Ti alzi a sedere, sorridendo e scendi dal letto. Ti inginocchi a terra. Senti l’unico tacco che indossi sfiorarti il gluteo destro. Ti avvicini con la bocca al mio pene e inizi a nettarlo da te. Lo lecchi e poi lo avvolgi completamente. Con i denti lo scopri e lo rendi nudo mentre con la lingua inizia a circondarlo. Ti soffermi sulla parte più spessa, sopra il frenulo, lo accarezzi e lo tocchi coi denti. Lo ingoi completamente. Quasi ti fa male alla gola ma non hai tempo di sentire il fastidio. Vuoi darmi piacere e continui soffocando il rumore della tua bocca con quello del tuo respiro. Percepisci quando sto per venire e ti ritrai un pò con la testa. Ti vengo contro il palato e sulla lingua. Sorridente ti alzi da me e ti avvicini almio viso, poi mi baci mentre il sapore dei nostri due sessi si confonde nelle nostre bocche

martedì 3 gennaio 2012

Nuda sotto



Sono nuda sotto. come lui mi ha chiesto. Mi sono sbarazzata della biancheria quando mi ha telefonato. Ero in ufficio. Avevo riconosciuto il numero del suo cellulare e quando ho risposto speravo avesse per me quelle attenzioni a cui mi aveva abituata. Ma sono in punizione. è stato freddo. mi ha detto quello che doveva e ha riagganciato. lasciandomi sola. Ho aspettato le dieci, l'orario stabilito e mi sono alzata dalla mia scrivania. Ho preso la borsa e sono andata in bagno. Lì ho sfilato i jeans e poi ho tolto il perizoma. L'ho leccato al centro come mi è stato detto di fare ogni volta che mi spoglio o mi cambio. Sapeva di me. il mio sapore lo amo, mi piace. sa di buono. ho reinfilato i jeans e poi ho tolto anche le calze. Ho rimesso le scarpe da ginnastica. il reggiseno non lo porto mai. amo che la gente mi stia a guardare. mi piace che restino a guardare i capezzoli che si ergono contro il tessuto della camicia. Sono tornata alla mia scrivania. All'inizio non mi era chiaro perché, sapendo che mi avrebbe fatto sfilare le mutandine, mi avesse fatto indossare i jeans la mattina. Poi lentamente ho capito. Ad ogni movimento sento il sesso che sfiora contro il tessuto rude dei calzoni. Come mi ha chiesto ho continuato a lavorare senza scarpe. le punte dei piedi sul pavimento fresco. mi abbasso per raggiungere una pratica poco più in là. il clitoride sfrega di nuovo contro la stoffa dura. chiudo gli occhi e mi mordo le labbra. vorrei stare composta come so che devo...ma non posso non pensare alle corde della stessa ruvidezza con le quale mi martoriava le labbra gonfie del sesso neanche due giorni fa. Legata con le gambe larghe e i polsi stretti in una morsa fortissima. la pelle segnata, la carne costretta da quei legacci di canapa. si divertiva a tirare la corda che mi tagliava in due la seconda bocca. tirava e il movimento che si ripercuoteva tra le labbra bagnate strofinava e aumentava il mio piacere. Ci sarebbe voluto pochissimo per venire. ma ogni volta si interrompeva. con la cera bollente raffreddava le mie voglie, riversandola sui miei capezzoli...e poi lentamente iniziava daccapo. chiudo il faldone che ho davanti. mi poggio contro lo schienale e sollevo le gambe poggiando i piedi sulla scrivania. Sono sporchi, come mi sento io adesso che sto mancando di nuovo alla promessa data. Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me adesso. vorrei un uomo che mi mordesse i seni mentre le mie mani senza rendermene conto sostituiscono i suoi denti. Vorrei una ragazza che mi nettasse le piante dei piedi...e li sento strofinarsi tra loro. poi socchiudo gli occhi e li vedo allontanarsi l'uno dall'altro e allargo le gambe in una posa da puttana. come vorrei essere adesso. Voglio un uomo che mi lecchi mentre lentamente mi sbottono i jeans e mi sfioro. Voglio, desidero, pretendo di essere riempita. di essere usata come un oggetto come mi sento mentre con le dita entro in me. sono bagnata ma non voglio venire. il mio respiro è affannoso, le mani che mi toccano adesso sono due. entro ed esco e intreccio le dita tra loro e mi sento bagnata fin quasi a i polsi e sento il piacere liquido che mi cola tra le cosce. il mio odore mi colpisce, mi fa leccare le labbra dove vorrei poter sentire il suo sapore e ricordo il suo piacere sul viso e lecco il suo sperma, avida come mi vuole e come mi sono sempre sentita...

Francesca

-Sdraiati. 
Francesca obbedisce e si sdraia. 
L'inquietitudine che prova nel seguire i suoi ordini si manifesta sulla sua pelle. La seta le accarezza la schiena nuda e stranamente la riscalda. 
-Alzati di nuovo e sdraiati. Più sensuale questa volta. 
Francesca si alza. È stanca di questo gioco. Gesti di ogni giorno ripetuti ancora e ancora centinaia di volte fino a raggiungere quella che lui considera la perfezione. Lo odia per questo. Non si era mai sentita così inadeguata come lui riesce a farla sentire. Non aveva mai visto tutte le imperfezioni che si celavano in lei fino a che lui non aveva iniziato a correggerle. 
-Francesca, sei goffa. Rialzati e sdraiati di nuovo. 
Continua da ore questo suo giudicarla. Ha le gambe stanche Francesca ma vuole imparare. Soddisfarlo è divenuto l'unico modo di dimostrargli l'amore di cui ha bisogno e che lo tiene in vita. Lei avverte il suo dolore quando si accorge di una sua mancanza. È dolore vero che lo rende infinitamente triste. Lei lo vuole felice. Dopo averlo conosciuto è la sola cosa che conti per lei. Iniziò col modificarle il corpo. Già magra, per compiacerlo Francesca ha rinunciato quasi del tutto al cibo. Le costole in evidenza l'hanno resa ai suoi occhi più bella, la spina dorsale, un lungo concentrato di sensazioni da svelare con le dita. Ha tagliato i capelli per compiacerlo. Scoprendo il cranio. Così lui baciandole la testa le trasmette meglio le sensazioni di piacere che vuole donarle. Unghie lunghissime, perché a lui piace sentirle lungo la schiena quando lei gode della sua voglia. Occhiaie sul volto, perché lui vuole che lei la notte non dorma e che trascriva per lui con la penna le pagine dei libri più belli che lei ha letto. Piccoli sacrfici che la fanno soffrire e che le regalano gioia. Piccoli sacrifici di cui lei sente il bisogno come se fossero la risposta ai suoi desideri. Non usa più il trucco Francesca se non per i seni e le labbra del sesso. Perché Francesca deve essere pronta e bellissima dentro. Dove nessuno può vederla. La sua femminilità deve stare nei suoi gesti. A volte vorrebbe piangere. A volte lo sconforto la coglie. Non si sente adeguata. Non è all'altezza di renderlo felice. Ma lui inflessibile non demorde e le insegna. Con dolcezza le impartisce le lezioni che la renderanno finalmente la donna dei desideri dell'unica persona al mondo di cui le importi qualcosa. Ha imparato di nuovo a mangiare Francesca. E a sedersi. Usa le posate per tutto. E le usa solo con la mano sinistra. Perché una donna che si rispetti è sacrificio che si esterna in ogni gesto, anche il più inutile. Tra la gente si siede alzando delicatamente la gonna e stringendo le natiche. Quando è con lui, siede sui talloni. Non indossa mai scarpe in casa, perché una donna è anche schiava e una schiava cammina a piedi nudi. Tra la gente indossa solo tacchi altissimi che la fanno camminare sulle punte dei piedi. Perché una donna deve essere aggraziata come una ballerina e il sangue che le cola lungo le dita sacrificate è solo un segno di riconoscenza per le cure del suo uomo. Lava i denti 5 volte al giorno, senza gargarismi. Nuda davanti allo specchio con una mano fa forza sul bordo del lavandino nero e si issa in modo da stare tesa anche quando si lava il volto. Poi ogni giorno si mette a 4 zampe nella vasca. E in quel modo si lava l'intimità. Con tre dita si lava all'inteno del sesso. Insaponandosi lentamente e pulendo in profondità. Con due dita si lava dietro, penetrandosi e insaponandosi allo stesso modo. Con la pietra pomice leviga e rende morbidi i piedi che adorna con lo smalto. Ogni giorno un colore diverso. Ogni fine settimana un ricamo leggero e complesso diverso da unghia ad unghia, che di solito fa di notte in modo da poterlo esibire la mattina, quano lui ha appena aperto gli occhi. Un bel tatuaggio dona grazia alle sue caviglie sottili. Il suo primo gesto d'amore: un arabesco che come un bracciale le veste i piedi. I segni delle frustate che le impreziosiscono i glutei, li lenisce con le creme che lui le ha regalato. Che rendono più delicata la pelle e meno facile il cicatrizzarsi dei tagli. Perché sulla sua pelle scura deve risaltare sempre il rosso del sangue. 
-alzati ancora e sdraiati. 
Obbedisce Francesca, perché ne ha voglia e perché sa di avvicinarsi ogni giorno di più ad un ideale cui ha iniziato ad anelare insieme a lui. Ogni sacrficio la rende libera. Ogni mancanza la rende più bella. E la sua bellezza adesso non ha paragoni.